Misteri inquietanti dei centri commerciali

Marzo 14, 2008
Ecco alcuni inquietanti misteri che ruotano attorno ai centri commerciali e su cui tutti ci siamo, prima o poi, interrogati:

1. Perché la cassa veloce si rivela sempre la cassa più lenta?

2. Perché a fine giornata i ripiani delle casse sono pieni di prodotti che la gente ha deciso di non comprare all’ultimo minuto? Cosa ha spinto quelle persone a non comprare quegli oggetti? E in base a quale criterio hanno scartato quegli oggetti a favore di altri?

3. Perché, quando si è in fila alla cassa, c’è sempre qualcuno che non resiste alla tentazione di consumare il gelato, la merendina o la bibita che ha preso e poi, quando arriva il suo turno, depone l’involucro vuoto sul nastro trasportatore con nonchalance, aspettando che la cassiera lo passi al lettore ottico?


4. Perchè non si vede quasi mai un cassiere di sesso maschile?

5. Perchè il lunedì mattina, quando il centro commerciale apre alle 12.30, a partire dalle 12 si vede già un gruppetto di gente (soprattutto anziani dall’aria triste e un pò narcotizzata) radunato davanti alle porte d’ingresso, con tanto di carrello? Perchè alcune di quelle persone fanno a gara per essere tra le prime a entrare e, nel momento in cui le porte si aprono, si lanciano dentro e corrono verso gli scaffali come se ci fosse un premio in palio per il primo che arriva?

Questi sono soltanto alcuni misteri, ma se ne avete altri o siete in grado di risolverli, accomodatevi…



Helpful Advices For The Unexperienced Student

Marzo 13, 2008

UNDICESIMO COMANDAMENTO: MAI RIPASSARE PRIMA DI UN ESAME

La cosa più micidiale è arrivare all’esame e vedere tutte queste persone intente a sfogliare nervosamente gli appunti. E’ una cosa che ti manda in paranoia, specialmente se l’esame è orale. In genere, gli studenti che attendono di essere interrogati si ammassano tutti nel corridoio, in una zona franca fuori dallo studio del prof., e anche tu sei lì, e magari hai la sfiga che ce ne sono dieci in lista davanti a te – significa tre ore di attesa – e come se non bastasse, mentre ti maceri nella tensione sei costretto a vedere la gente che ripassa. Tu eri venuto aggrappandoti alla consapevolezza che “quel che è fatto è fatto” (come ti ha sempre insegnato la tua saggia madre), te lo sei ripetuto per tutto il tragitto in autobus, e questo pensiero costante ti aiutava a rilassarti, ponendoti in uno stato mentale di serena fatalità, l’ideale per allentare la tensione. Ma adesso che sei qui, e vedi tutti questi studenti flippati e caffeinizzati che continuano a chiedersi l’un l’altro “Ma tu la monografia l’hai fatta?”; “Quella parte su Halbwachs e il ricordo come bisogno di radicamento sociale la sai?”; “Oddio, io non mi ricordo per niente il capitolo sulla comunicazione situata nel contesto sociale, tu ce li hai gli appunti?”; ecco, tutto questo fa venire qualche dubbio anche a te. Ti chiedi se non sarebbe meglio che riguardassi qualcosa anche tu. Il fatto è che non sai nemmeno da dove iniziare. Ci sono tre libri, e tu quale ripassi? E se passi due ore a riguardarne uno e poi il prof. ti mitraglia di domande su un altro? Alla fine cominci a rileggere qualcosa, svogliatamente, senza convinzione, soltanto per non sentirti un alieno in mezzo a questo branco di studenti zelanti. Mano a mano che gli studenti escono dallo studio del prof., chi con un’espressione da cane bastonato, chi raggiante (in genere i secchioni che si sono lamentati per ore che non sapevano nulla, pur sapendo che in realtà erano preparatissimi), e quelli che devono ancora dare l’esame ad accalcarglisi intorno come lebbrosi attorno a un santone, chiedendo: “che domande ti ha fatto?”, “Com’è, buono o stronzo?”. A quel punto pensi che vuoi soltanto che tutto questo finisca il più presto possibile, non ti interessa nemmeno il voto, la media, la figura di merda. Vuoi solo che tutto questo finisca, e al più presto…

 

PROCEDURE D’EMERGENZA IN CASO DI ESAME IMMINENTE:

1. NON ripassate nè rileggete gli appunti o i testi d’esame.

2. Fate dei respiri profondi, se necessario sedetevi.

3. Cercate di sgombrare la mente. Se avete con voi un lettore mp3 ascoltate un pò di musica, oppure chiacchierate con qualcuno dei vostri vicini.

4. Evitate di pensare all’esame. Quando è il vostro turno, solo allora concentratevi e date il massimo.


Idiothèque

Marzo 12, 2008

Entrare in una biblioteca universitaria fa sempre un certo effetto. Quando arrivi in questo ambiente silenzioso – un silenzio rotto soltanto dai colpi di tosse e dal voltare di pagine – e vedi tutte quelle persone assorte nel loro lavoro, non puoi fare a meno di sentirti un intruso, anche se solo per un istante. E poi c’è quel primo momento in cui tutti si voltano a guardarti. Magari non proprio tutti, ma a te sembra che lo siano. E’ come quando vai a una festa: appena metti piede nella stanza, col giaccone ancora indosso, scandagliando l’ambiente in cerca del padrone/a di casa, in un attimo tutte le teste si girano verso di te, tutti gli sguardi si concentrano sulla tua figura, sul tuo abbigliamento, sui tuoi gesti. Allora fai un mezzo sorriso e punti dritto al tavolinetto dei liquori. E la tensione passa. E’ così anche in biblioteca. Ti dirigi verso il primo posto libero, tiri fuori i libri e Bum! sei dentro la nuova realtà, la Realtà della Biblioteca, in cui tutti studiano in santa pace e nessuno rimane indietro con gli esami. Certo, una volta seduto, devi iniziare a studiare per davvero, e questo è un altro paio di maniche…

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LIFE IS A VENDING MACHINE

Marzo 10, 2008

I distributori automatici sono una specie di principio ordinatore del mondo. Presenti in qualunque università, sono il frutto di una sofisticata tecnologia che è andata perfezionandosi nei secoli. Pare addirittura che il primo distributore automatico della storia sia stato inventato nel 215 A.C. ad Alessandria d’Egitto da un certo Hero Tzebus: egli aveva infatti installato una rudimentale macchina in grado di distribuire l’acqua necessaria per le cerimonie propiziatrici nei templi. L’acqua veniva erogata per mezzo di monete che facevano scattare una leva posta su una valvola. Credo che tutti gli universitari di questo mondo, che ogni mattina fanno la fila davanti alla macchinetta del caffè sperando di pompare un pò di vita in quei corpi sfiancati dai bagordi della sera prima, debbano essere riconoscenti al buon vecchio Hero. Va detto che il mondo si divide in due categorie: chi ha accesso a un distributore automatico capace di dare il resto, e chi si deve accontentare di uno che non lo dà. E’ una dicotomia spietata, un sopruso tecnologico ed economico che obbliga alcuni a frugarsi rabbiosamente le tasche in cerca di una moneta da dieci centesimi, consentendo invece ad altri di lasciar scivolare con disinvoltura una moneta da due euro nel distributore, rinfrancati dal familiare tintinnìo delle monete che ricadono nella fessura di “restituzione” dopo che hanno selezionato il prodotto desiderato. Una cosa a cui Hero Tzebus non aveva pensato.


The Shy Retirer – Il ritiro

Marzo 10, 2008

E’ ufficiale. I giornali hanno battuto la notizia in prima pagina: Prodi si è ritirato. «Lascio la politica, ma il mondo è pieno di occasioni» ha dichiarato colui che riveste ancora momentaneamente le funzioni di premier, chiosando con una frase volutamente oscura e sibillina una carriera terminata non proprio al top. Basta guardare gli sfottò che da più parti gli vengono tributati per capire che la figura di Prodi è ormai associata, nell’immaginario popolare, all’idea del malgoverno, della sfiga e dei tempi duri. Ma perchè? Siamo davvero sicuri che abbia sbagliato proprio tutto? E perchè invece il “Berlusca” dovrebbe essere invece associato a benessere e prosperità, con i suoi sorrisi artificiali e le promesse non mantenute? Ha governato per cinque anni, il “Berluscao” eppure nessuno se li ricorda come anni di boom economico. Ma tant’è? Le casalinghe preferiscono la sua parlata svelta da imbonitore alle pause giurassiche del Prodisauro…

Capita, a volte, che uno si faccia la nomea di portasfiga, di jettatore, di uno che non ne combina una giusta, senza motivo. Al liceo, una mia compagna si era fatta proprio questa fama, di una che soltanto a nominarla portava una gran jazza, tanto che veniva chiamata “L’Innominabile”. “Guarda, sta passando l’Innominabile”. “Merda, prima mi ha salutato l’Innominabile. Adesso ci scommetto che l’interrogazione mi va di merda”. Non so fino a che punto la mia compagna fosse consapevole di questa poco gloriosa fama, forse non se n’è mai resa conto. Mi chiedo quali siano i meccanismi che portano qualcuno a finire sulla gogna della propria cerchia sociale, additato da tutti come “persona da evitare”. Certo, a volte capita di conoscere qualcuno che sembra tirarsi addosso la sfiga da solo, autoproclamandosi sempre sfortunato e vessato dalla vita, il che porta puntualmente al fenomeno della “profezia che si autoavvera”.

Ma nel caso di Prodi? Quanti tra di voi davvero credono che si sia meritato questa impopolarità ormai proverbiale? Si spera almeno che i suoi nipotini non lo accolgano – candidamente e spietatamente sinceri come solo i bambini sanno essere – con frasi tipo “Certo nonno che porti sfiga!”, oppure “Ma è che vero che hai mandato in vacca il Paese?”. Almeno loro, dimostrino di essere più maturi della stampa e dell’opinione pubblica italiane.


Pleased to meet me – Mi presento

Marzo 9, 2008

Sono uno studente universitario, proprio come voi.

Anch’io mi alzo più presto di quanto vorrei, la mattina.

Anch’io mi trascino giù dal letto cercando di raccogliere le forze sufficienti a mettere su un caffè e ricordarmi chi sono e dove mi trovo.

Anch’io mi dico in continuazione che dovrei mettermi a studiare, ma “sto ancora un pò a rilassarmi davanti alla tv, poi comincio a macinare capitoli su capitoli” oppure “Visto che sono le tre e tre quarti, tanto vale iniziare alle quattro, così facciamo cifra tonda”, e alla fine mi trovo all’ora di cena che non ho aperto il libro.

Anch’io sono in ritardo sui tempi di laurea, ho ancora esami da fare e una tesi da chiedere, e tengo buoni i miei genitori continuando a ripetere che “ormai ci sono quasi” e “sono grande, so gestirmi tranquillamente da solo”.

Anch’io spero che Veltroni vinca le elezioni, ma sono piuttosto disilluso sul senso critico degli italiani e sulla loro capacità di non farsi “abbindolare”.

Anch’io mi chiedo perchè gli anni passano così in fretta, e ho sempre l’impressione di non aver concluso granchè, e mi chiedo se fra dieci anni mi guarderò indietro con rimpianto chiedendomi perchè non sono riuscito a darmi una mossa e diventare ciò che volevo.

Anch’io devo lottare ogni giorno con le mie paranoie, la mia ipocondria, le mie ambizioni, e dopo essermi ripetuto tutte le rassicurazioni possibili, scendo in strada e cerco di vivere la mia vita.

Perciò, se anche voi vi sentite “leggermente” impreparati a vivere la vita di tutti i giorni, questo blog è anche per voi, un punto di riferimento e una valvola di sfogo.


Party per la fine del mondo

Marzo 8, 2008


Queste note provengono da un diario ritrovato tra le macerie di un edificio crollato in seguito all’esplosione causata da una fuga di gas. Il palazzo era abitato esclusivamente da studenti erasmus, gran parte dei quali si era radunata nell’appartamento al pianterreno, dove stava avendo luogo una festa. Le poche pagine ancora intatte del diario hanno consentito di ricostruire le dinamiche di un tentativo di rimorchio fallito. Un classico per qualunque maschio sui 20-25 anni mediamente frustrato:

 

“Nonostante la festa sia iniziata da più di un’ora il salotto, rischiarato da svariate candele sparse un po’ ovunque, è ancora pieno di gente che parla a piccoli gruppetti. In quello spazio ristretto, i presenti si muovono avanti e indietro come pesci costretti a nuotare in pochi palmi d’acqua marina, ombre inquiete e tremolanti che una folata di vento basterebbe a spazzare via.

A quella festa del cazzo io non conosco nessuno. Sono venuto qui con un amico: è lui, che conosce la tipa che ha organizzato la festa, una giovane studentessa francese dall’aria sensuale e sofisticata.

Su un tavolo addossato al muro ci sono parecchie bottiglie di vino rosso e anche qualcuna di champagne. Alcuni degli invitati sono già un po’ brilli, le loro voci risuonano euforiche al di sopra del piatto brusìo generale. Sento crescere dentro di me un vago senso di violenza repressa, qualcosa che, ne sono certo, prima o poi potrebbe esplodere. Così, all’improvviso. Vedere la gente felice quando io non lo sono, sentirla ridere quando io non ne ho voglia, mi infastidisce. Mi avvicino al tavolo e mi verso del vino. Ne bevo lunghe sorsate, cercando di trattenere in bocca il sapore intenso e acidulo più che posso. Poi, quando sento un’ondata di nausea squassarmi lo stomaco e arrampicarsi lungo l’esofago per invadermi la bocca, lo mando giù. E’ un esercizio di resistenza che faccio, a volte. L’ impulso a procurarmi sensazioni sgradevoli che m’assale ogni tanto. Come girare di scatto la manopola verso il lato dell’acqua fredda mentre sto facendo la doccia, come far scorrere le unghie sul muro per sentire le piccole schegge d’intonaco infilarsi sottopelle.

Mi metto in bocca una mentina per cancellare il retrogusto di vino fermentato e percorro la stanza con lo sguardo, alla ricerca di una bella ragazza da puntare. Non ne trovo, così mi accosto nuovamente al mio amico, un giovane alto, biondo e con due begli occhi azzurri, ma a cui manca qualcosa perchè lo si possa definire “bello”, anche se io non so di cosa si tratta. Un ragazzo straniero si avvicina a noi: guardandolo, noto che ha l’aspetto semplice e un po’ goffo tipico dei giovani della provincia americana. I suoi maldestri tentativi di accostarsi alla parlata locale lo fanno apparire ancor più ridicolo. Si è messo a parlarci delle sue virtù di estimatore di birre e fine conoscitore delle molte varietà esistenti di marijuana. Ci spiega di quali criteri si serve per scegliere le une e l’altra. Noi, per un po’, ci fingiamo colpiti, sorpresi e interessati alle sue storie. E’ probabile che creda di aver suscitato in noi una certa impressione, visto che continua a parlare per un po’. Alla fine, siamo noi ad allontanarci, alla prima occasione.

Adesso il mio amico sta puntando una bella ragazza tedesca. Di Colonia, credo. Quando la guardo, penso subito che ha un’aria troppo innocente, per i miei gusti.

Finalmente il mio amico parte all’attacco. So già al primo sguardo che non ce la farà. E’ troppo goffo nel suo tentativo d’approccio, il sorriso ebete che porta stampato sul volto tradisce il suo imbarazzo. Scommetto che i palmi delle sue mani sono umidi come spugne. Vedo muoversi le sue labbra, non so cosa dice, ma dal sorriso teso e imbarazzato della tedesca capisco che sta premendo i tasti sbagliati. Vorrei correre in suo aiuto, ma so che non farei altro che peggiorare la situazione. Purtroppo per entrambi, non sono mai stato un mago del rimorchio…


Ingiustificate aspirazioni chitarristiche

Marzo 7, 2008

 

 

Scendo nel parcheggio di casa mia e rivolgo un sorriso colmo di gratitudine al radioso sabato mattina che si offre al mio sguardo. Una manciata di minuti più tardi sto imboccando ai sessanta all’ora una curva che conduce in una strada tranquilla e appartata – delimitata da due file di alberi e da una schiera di edifici tutti uguali – dove si trova il negozio di strumenti musicali davanti al quale ci aspettano già il batterista e il cantante. Seduto alla mia destra c’è il bassista, e io sono il chitarrista del gruppo. Un nome vero e proprio non ce l’abbiamo ancora, ma ci stiamo lavorando. Il negozio in cui, un attimo dopo, entriamo, è come una porta aperta su un’altra dimensione: i sovrani indiscussi di questo regno sono intramontabili rockstar come Jimi Hendrix e Kurt Cobain, ma anche miti più recenti come Billy Corgan degli Smashing Pumpkins e Tom Morello dei Rage Against The Machine. A guardarli da qui paiono i ritratti di antichi eroi sparsi per i corridoi di un castello, e le loro facce sembrano quasi protendersi verso di noi dai poster attaccati alle pareti per studiarci con divertito interesse.

Ma il vero spettacolo, signori, è la doppia fila di fiammanti chitarre elettriche che corre lungo un intero lato della sala: magnifiche Stratocaster rosse e bianche, la Toronado arancione che John Frusciante suona nel video di Can’t Stop, una bellissima Fender Telecaster Nashville Deluxe, così perfetta e lucente da lasciarmi ogni volta senza fiato, ma anche un’infilata di Jaguar e Showmaster da capogiro e, per concludere, uno splendido modello “Highway”, di una morbida tonalità “Verde Spuma di Mare”.

Adesso vai avanti a quando scendiamo nel seminterrato verso la saletta che ci è stata assegnata. Il passaggio dal piano superiore a quello sotterraneo è sempre piuttosto traumatico. L’atmosfera è quella di una discesa ( o caduta ) dal Paradiso delle Immortali Rockstar ai cupi e maleodoranti Inferi dei Musicisti Falliti e delle Aspiranti Nullità, con l’illuminazione al neon che conferisce all’ambiente un’aria da bunker della seconda guerra mondiale.

Ma non voglio esagerare col melodramma, in fin dei conti è un buco decente. Le quattro o cinque salette a disposizione hanno dimensioni variabili: può capitarti quella piccolissima, una specie di celletta del cazzo in cui bisogna stare tutti pigiati come sardine, oppure quella grande, una suite presidenziale in confronto a certi scantinati di periferia (anche se io adoro gli scantinati). Oggi a noi tocca la suite. Sento che oggi c’è la carica giusta. Merda, datemi una dozzina di cheerleaders da video di Britney che facciano a gara per portarci da bere, e saremo al settimo cielo.

Una volta entrati, mi lascio scivolare la custodia dalle spalle ed estraggo la chitarra. La poverina, che già di per sé non è un bello spettacolo ( si tratta di un modello base della Yamaha, vale a dire una definizione del suono e una pessima scelta dei materiali), con questa illuminazione riesce decisamente a dare il peggio di sé: sembra un pezzo di legno marcio da cui penzolano, come tendini scoperti, delle corde di nylon.


Blog

Marzo 7, 2008

Intro

Marzo 7, 2008

La radiosveglia sulla scrivania scatta alle otto in punto e il suo rumore, così reale, interrompe il sogno che sto facendo, e che comunque non avrei ricordato. Attraverso il sottile confine del dormiveglia sento arrivare le voci dei conduttori del mio programma radiofonico preferito. Lentamente, riprendo coscienza di quello straordinario (stupido) miracolo (imprevisto) che è la vita umana: tutti gli arti saltano fuori dal dolce torpore notturno, e per un pò resto sotto le coperte ad ascoltare la trasmissione, che dura circa mezz’ora. Quando mi alzo, trovo la casa immersa in un piacevole silenzio. Quand’ero piccolo, svegliarmi e scoprire che se n’erano andati tutti era un vero incubo, l’improvviso manifestarsi della collera divina. La casa vuota, infatti, mi spaventava a morte, con tutte quelle stanze immerse nel buio (a dire il vero erano soltanto sei o sette, ma vi assicuro che quello è già un numero sufficiente) e il silenzio glaciale rotto soltanto da un’infinità di suoni misteriosi e appena percettibili, quel genere di suoni che si sentono nei condomini di periferia: il tonfo causato dall’inquilino del piano di sotto che sta spostando un mobile, l’oggetto che sfugge di mano al proprietario dell’appartamento adiacente al vostro, provocando il rumore sordo che vi ha fatto appena sobbalzare; il macabro schricchiolìo di una sedia giù al pianterreno, l’improvviso sbattere di una porta che faceva corrente. Tutto, per un bambino, può essere un mistero, un mistero pauroso e incomprensibile. Adesso, invece, è tutto l’opposto.

Comunque mi piace, alzarmi presto la mattina. Ti dà l’illusione di poter fare un sacco di cose. Quando dormo fino a tardi, ho l’impressione di aver soltanto sprecato un mare di tempo.

Scendo in cucina e metto su il caffè, facendo attenzione a non turbare la delicata armonia di quei gesti semplici ma pieni di significato. Dopo aver osservato meticolosamente tutte le fasi di quel complesso rituale che è il risveglio mattutino, mi siedo sul divano e scorro mentalmente la lista di cose da fare:

- andare in università.

Fuori, il freddo ha già cominciato a farsi sentire. Rabbrividendo un poco, mi avvio di buon passo verso la fermata. In genere non mi piace prendere l’autobus, per andare in centro. Spesso il tragitto è scomodo, e la compagnia non molto gradevole. In questa stagione poi, la colonna sonora del viaggio sono di solito i continui starnuti dei raffreddati e i colpi di tosse degli influenzati, mentre eserciti di virus e microorganismi nocivi scorrazzano allegramente per tutto il convoglio, spargendo l’epidemia.

Ed eccomi finalmente in facoltà: attraverso l’ampio piazzale affollato di studenti per entrare in una gigantesca sala altrettanto affollata. Nella confusione, cerco di riconoscere qualche volto familiare. Alla fine, mi dirigo verso un paio di miei compagni di corso. La lezione sta per iniziare, mi dice uno di loro. Annuisco distrattamente, sfilandomi lo zaino e prendendo posto a un’estremità della fila. Ma appena mi siedo, capisco di aver commesso un grosso sbaglio: a parte qualche eccezione, è praticamente dalla fine del liceo che non seguo una lezione per più di mezz’ora. E in effetti, dopo pochi minuti dall’inizio, comincio ad accusare un’ insostenibile irrequietezza, un misto di noia e indolenza che serpeggia sotto la superficie della mia calma apparente.

Mi metto a giocherellare con la penna. Da un momento all’altro, ho l’impressione che, nell’aula, la temperatura sia salita fino a raggiungere livelli insopportabili. Sento il sedile scottare. Nella confusione dettata da quell’escalation di gradi Farheneit la voce del professore mi arriva alle orecchie distorta, privata di qualsiasi sfumatura umana, come se a parlare fosse un mostruoso ciclope preistorico, e non un affabile uomo di mezz’età. La mia gola è un altipiano secco e riarso: cosa è successo? mi domando, guardandomi attorno con preoccupazione. All’improvviso non mi trovo più nell’aula B del Dipartimento di Discipline della Comunicazione, bensì in mezzo al deserto del Sahara con in mano soltanto una penna nera e un quaderno a spirale. Neanche una goccia d’acqua a disposizione. Credo di stare boccheggiando. Qualcuno dei mei compagni deve essersene accorto, perché mi osserva come se fossi un tossico in crisi d’astinenza. Mio Dio, aiutatemi.

Alla fine, mi alzo ed esco all’aria aperta. Riacquistata la calma di sempre, mi avvio verso la “zona macchinette”. Poco dopo, sto sorseggiando con aria soddisfatta una bottiglia di acqua naturale. Laggiù, appoggiato al muro in una pretenziosa posa western e vinto da un senso di vuoto cosmico, resto a fissare con indolenza il flusso di studenti che va e viene dalla stanzetta dei distributori. Davanti alla macchinetta del caffè si è radunato un piccolo gruppetto di secchioni impegnati a fare le solite cose da secchioni: lamentarsi di qualsiasi voto iche sia nferiore al trenta e lode, subissarsi reciprocamente di inutili domande relative ai corsi da frequentare e alle dispense e squadrare con disprezzo chiunque non appartenga alla loro categoria. Me ne ricordo anche al liceo, di tipi così. Fecero una mezza rivolta il primo giorno d’occupazione. Si presentarono davanti alla rudimentale barricata di banchi e sedie eretta dai membri dell’improvvisato servizio di sicurezza, e, facendosi coraggio a vicenda, minacciarono di chiamare la polizia se non avessero permesso loro di raggiungere l’aula per fare lezione. A quelle parole, alcuni dei ragazzi di guardia presso la barricata si mise a ridere, altri misero su delle facce da mastini, che convinsero, almeno per il momento, i secchioni in rivolta ad alzare i tacchi. Sembra un film dell’orrore sul genre dell’Invasione degli Ultracorpi, o qualcosa di simile. Spuntano proprio da ogni parte. Solo ora mi accorgo di quelle due tipe sedute a poca distanza da me, i capelli unti e dei pullover di lana con dei ridicoli rombi colorati disegnati sopra ( probabilmente cuciti a mano dalle rispettive nonne o zie), stanno ripassando febbrilmente degli appunti che a me suonano totalmente incomprensibili. Immaginate la mia sorpresa quando alla fine scopro che si tratta di Economia Politica, un esame che dovrei dare tra meno di due settimane. Sarà il caso di fotocopiare quella famosa dispensa di cui parlava il prof. penso, assumendo un’espressione accigliata. Ma non sarebbe male neanche venire qui con una ruspa e buttare giù tutto ’sto cazzo di dipartimento per costruirci sopra un bel centro commerciale.

Eh già, ultimamente il mio umore è soggetto a continui rivolgimenti.