
Scendo nel parcheggio di casa mia e rivolgo un sorriso colmo di gratitudine al radioso sabato mattina che si offre al mio sguardo. Una manciata di minuti più tardi sto imboccando ai sessanta all’ora una curva che conduce in una strada tranquilla e appartata – delimitata da due file di alberi e da una schiera di edifici tutti uguali – dove si trova il negozio di strumenti musicali davanti al quale ci aspettano già il batterista e il cantante. Seduto alla mia destra c’è il bassista, e io sono il chitarrista del gruppo. Un nome vero e proprio non ce l’abbiamo ancora, ma ci stiamo lavorando. Il negozio in cui, un attimo dopo, entriamo, è come una porta aperta su un’altra dimensione: i sovrani indiscussi di questo regno sono intramontabili rockstar come Jimi Hendrix e Kurt Cobain, ma anche miti più recenti come Billy Corgan degli Smashing Pumpkins e Tom Morello dei Rage Against The Machine. A guardarli da qui paiono i ritratti di antichi eroi sparsi per i corridoi di un castello, e le loro facce sembrano quasi protendersi verso di noi dai poster attaccati alle pareti per studiarci con divertito interesse.
Ma il vero spettacolo, signori, è la doppia fila di fiammanti chitarre elettriche che corre lungo un intero lato della sala: magnifiche Stratocaster rosse e bianche, la Toronado arancione che John Frusciante suona nel video di Can’t Stop, una bellissima Fender Telecaster Nashville Deluxe, così perfetta e lucente da lasciarmi ogni volta senza fiato, ma anche un’infilata di Jaguar e Showmaster da capogiro e, per concludere, uno splendido modello “Highway”, di una morbida tonalità “Verde Spuma di Mare”.
Adesso vai avanti a quando scendiamo nel seminterrato verso la saletta che ci è stata assegnata. Il passaggio dal piano superiore a quello sotterraneo è sempre piuttosto traumatico. L’atmosfera è quella di una discesa ( o caduta ) dal Paradiso delle Immortali Rockstar ai cupi e maleodoranti Inferi dei Musicisti Falliti e delle Aspiranti Nullità, con l’illuminazione al neon che conferisce all’ambiente un’aria da bunker della seconda guerra mondiale.
Ma non voglio esagerare col melodramma, in fin dei conti è un buco decente. Le quattro o cinque salette a disposizione hanno dimensioni variabili: può capitarti quella piccolissima, una specie di celletta del cazzo in cui bisogna stare tutti pigiati come sardine, oppure quella grande, una suite presidenziale in confronto a certi scantinati di periferia (anche se io adoro gli scantinati). Oggi a noi tocca la suite. Sento che oggi c’è la carica giusta. Merda, datemi una dozzina di cheerleaders da video di Britney che facciano a gara per portarci da bere, e saremo al settimo cielo.
Una volta entrati, mi lascio scivolare la custodia dalle spalle ed estraggo la chitarra. La poverina, che già di per sé non è un bello spettacolo ( si tratta di un modello base della Yamaha, vale a dire una definizione del suono e una pessima scelta dei materiali), con questa illuminazione riesce decisamente a dare il peggio di sé: sembra un pezzo di legno marcio da cui penzolano, come tendini scoperti, delle corde di nylon.

Non è la chitarra che fa il chitarrista, è il chitarrista che fa la chitarra!