La radiosveglia sulla scrivania scatta alle otto in punto e il suo rumore, così reale, interrompe il sogno che sto facendo, e che comunque non avrei ricordato. Attraverso il sottile confine del dormiveglia sento arrivare le voci dei conduttori del mio programma radiofonico preferito. Lentamente, riprendo coscienza di quello straordinario (stupido) miracolo (imprevisto) che è la vita umana: tutti gli arti saltano fuori dal dolce torpore notturno, e per un pò resto sotto le coperte ad ascoltare la trasmissione, che dura circa mezz’ora. Quando mi alzo, trovo la casa immersa in un piacevole silenzio. Quand’ero piccolo, svegliarmi e scoprire che se n’erano andati tutti era un vero incubo, l’improvviso manifestarsi della collera divina. La casa vuota, infatti, mi spaventava a morte, con tutte quelle stanze immerse nel buio (a dire il vero erano soltanto sei o sette, ma vi assicuro che quello è già un numero sufficiente) e il silenzio glaciale rotto soltanto da un’infinità di suoni misteriosi e appena percettibili, quel genere di suoni che si sentono nei condomini di periferia: il tonfo causato dall’inquilino del piano di sotto che sta spostando un mobile, l’oggetto che sfugge di mano al proprietario dell’appartamento adiacente al vostro, provocando il rumore sordo che vi ha fatto appena sobbalzare; il macabro schricchiolìo di una sedia giù al pianterreno, l’improvviso sbattere di una porta che faceva corrente. Tutto, per un bambino, può essere un mistero, un mistero pauroso e incomprensibile. Adesso, invece, è tutto l’opposto.
Comunque mi piace, alzarmi presto la mattina. Ti dà l’illusione di poter fare un sacco di cose. Quando dormo fino a tardi, ho l’impressione di aver soltanto sprecato un mare di tempo.
Scendo in cucina e metto su il caffè, facendo attenzione a non turbare la delicata armonia di quei gesti semplici ma pieni di significato. Dopo aver osservato meticolosamente tutte le fasi di quel complesso rituale che è il risveglio mattutino, mi siedo sul divano e scorro mentalmente la lista di cose da fare:
- andare in università.
Fuori, il freddo ha già cominciato a farsi sentire. Rabbrividendo un poco, mi avvio di buon passo verso la fermata. In genere non mi piace prendere l’autobus, per andare in centro. Spesso il tragitto è scomodo, e la compagnia non molto gradevole. In questa stagione poi, la colonna sonora del viaggio sono di solito i continui starnuti dei raffreddati e i colpi di tosse degli influenzati, mentre eserciti di virus e microorganismi nocivi scorrazzano allegramente per tutto il convoglio, spargendo l’epidemia.
Ed eccomi finalmente in facoltà: attraverso l’ampio piazzale affollato di studenti per entrare in una gigantesca sala altrettanto affollata. Nella confusione, cerco di riconoscere qualche volto familiare. Alla fine, mi dirigo verso un paio di miei compagni di corso. La lezione sta per iniziare, mi dice uno di loro. Annuisco distrattamente, sfilandomi lo zaino e prendendo posto a un’estremità della fila. Ma appena mi siedo, capisco di aver commesso un grosso sbaglio: a parte qualche eccezione, è praticamente dalla fine del liceo che non seguo una lezione per più di mezz’ora. E in effetti, dopo pochi minuti dall’inizio, comincio ad accusare un’ insostenibile irrequietezza, un misto di noia e indolenza che serpeggia sotto la superficie della mia calma apparente.
Mi metto a giocherellare con la penna. Da un momento all’altro, ho l’impressione che, nell’aula, la temperatura sia salita fino a raggiungere livelli insopportabili. Sento il sedile scottare. Nella confusione dettata da quell’escalation di gradi Farheneit la voce del professore mi arriva alle orecchie distorta, privata di qualsiasi sfumatura umana, come se a parlare fosse un mostruoso ciclope preistorico, e non un affabile uomo di mezz’età. La mia gola è un altipiano secco e riarso: cosa è successo? mi domando, guardandomi attorno con preoccupazione. All’improvviso non mi trovo più nell’aula B del Dipartimento di Discipline della Comunicazione, bensì in mezzo al deserto del Sahara con in mano soltanto una penna nera e un quaderno a spirale. Neanche una goccia d’acqua a disposizione. Credo di stare boccheggiando. Qualcuno dei mei compagni deve essersene accorto, perché mi osserva come se fossi un tossico in crisi d’astinenza. Mio Dio, aiutatemi.
Alla fine, mi alzo ed esco all’aria aperta. Riacquistata la calma di sempre, mi avvio verso la “zona macchinette”. Poco dopo, sto sorseggiando con aria soddisfatta una bottiglia di acqua naturale. Laggiù, appoggiato al muro in una pretenziosa posa western e vinto da un senso di vuoto cosmico, resto a fissare con indolenza il flusso di studenti che va e viene dalla stanzetta dei distributori. Davanti alla macchinetta del caffè si è radunato un piccolo gruppetto di secchioni impegnati a fare le solite cose da secchioni: lamentarsi di qualsiasi voto iche sia nferiore al trenta e lode, subissarsi reciprocamente di inutili domande relative ai corsi da frequentare e alle dispense e squadrare con disprezzo chiunque non appartenga alla loro categoria. Me ne ricordo anche al liceo, di tipi così. Fecero una mezza rivolta il primo giorno d’occupazione. Si presentarono davanti alla rudimentale barricata di banchi e sedie eretta dai membri dell’improvvisato servizio di sicurezza, e, facendosi coraggio a vicenda, minacciarono di chiamare la polizia se non avessero permesso loro di raggiungere l’aula per fare lezione. A quelle parole, alcuni dei ragazzi di guardia presso la barricata si mise a ridere, altri misero su delle facce da mastini, che convinsero, almeno per il momento, i secchioni in rivolta ad alzare i tacchi. Sembra un film dell’orrore sul genre dell’Invasione degli Ultracorpi, o qualcosa di simile. Spuntano proprio da ogni parte. Solo ora mi accorgo di quelle due tipe sedute a poca distanza da me, i capelli unti e dei pullover di lana con dei ridicoli rombi colorati disegnati sopra ( probabilmente cuciti a mano dalle rispettive nonne o zie), stanno ripassando febbrilmente degli appunti che a me suonano totalmente incomprensibili. Immaginate la mia sorpresa quando alla fine scopro che si tratta di Economia Politica, un esame che dovrei dare tra meno di due settimane. Sarà il caso di fotocopiare quella famosa dispensa di cui parlava il prof. penso, assumendo un’espressione accigliata. Ma non sarebbe male neanche venire qui con una ruspa e buttare giù tutto ’sto cazzo di dipartimento per costruirci sopra un bel centro commerciale.
Eh già, ultimamente il mio umore è soggetto a continui rivolgimenti.
